Siamo stati sulle piste dell’altopiano Himalayano, tra natura e storia del Ladakh, un vero paradiso per la MTB e lo condividiamo con voi
Quest’estate, dal 30 luglio al 23 agosto, un viaggio che potrebbe essere il sogno di molti biker. Con il “Cicling for World Peace” e l’Extreme Bike Tour abbiamo percorso le piste dell’altopiano Himalayano, sul versante indiano, in Ladakh
È stata un’avventura indimenticabile quella che abbiamo vissuto, un viaggio in territori unici, sulle piste dell’altopiano Himalayano in Ladakh, chiamato anche “piccolo Tibet”.
Molti non sanno neppure dove si trova il Ladakh, di preciso anche alcuni di noi non avevano ben chiara l’esatta ubicazione. Il Ladakh è una regione amministrata dall’India come territorio dell’Unione (Union Territory), e costituisce la porzione orientale della più ampia regione del Kashmir, oggetto di una disputa tra India e Pakistan dal 1947 e tra India e Cina dal 1959. È stato istituito come territorio il 31 ottobre 2019, in seguito all’approvazione del Jammu and Kashmir Reorganization Act; prima di allora faceva parte dello stato di Jammu e Kashmir.

Il Ladakh è il territorio più grande dell’India, il secondo meno popoloso ed è la regione più settentrionale. Confina con la regione autonoma del Tibet a est, lo stato indiano dell’Himachal Pradesh a sud, con il territorio di Jammu e Kashmir e il Gilgit-Baltistan (amministrato dal Pakistan) a ovest, e con l’angolo sud-occidentale dello Xinjiang, attraverso il passo Karakorum, a nord. Si estende dal ghiacciaio Siachen nella catena del Karakorum a nord, fino al Grande Himalaya a sud. L’estremità orientale della regione, costituita dalle pianure disabitate dell’Aksai Chin, è rivendicata dal governo indiano come parte del Ladakh, ma è sotto il controllo cinese.
In passato il Ladakh acquisì importanza grazie alla sua posizione strategica, al crocevia di importanti rotte commerciali, ma quando le autorità cinesi, negli anni 60, chiusero i confini con il Tibet, il commercio internazionale iniziò a diminuire. Dal 1974, il governo indiano ha incoraggiato con successo il turismo in Ladakh. Poiché il Ladakh è strategicamente importante, l’esercito indiano mantiene una forte presenza nella regione, presenza che abbiamo avuto modo di riscontrare personalmente durante i nostri spostamenti. Numerosi check point sono disseminati nelle varie aree, dove il passaggio è consentito solo a chi in possesso di una regolare autorizzazione al transito, cosa non affatto scontata. Noi, grazie al prezioso supporto in loco dell’organizzazione di Dorjey Rafta e il fratello Rigzin, abbiamo avuto tutti i permessi richiesti.
La città più grande del Ladakh è Leh, seguita da Kargil, entrambe sedi di distretto. Il distretto di Leh comprende le valli dei fiumi Indo, Shyok e Nubra. Il distretto di Kargil comprende le valli dei fiumi Suru, Dras e Zanskar. Le aree più popolose sono le valli fluviali, ma i pendii montuosi sostengono la pastorizia nomade dei Changpa.

I principali gruppi religiosi nella regione sono i musulmani (principalmente sciiti) (46%), i buddisti (principalmente buddisti tibetani) (40%) e gli induisti (12%), con il restante 2% composto da altre religioni. La cultura e la storia del Ladakh sono strettamente legate a quelle del Tibet.
Abbiamo pedalato con le nostre bike per 14 tappe, con soli due giorni di pausa, dormendo in campi tendati allestiti dalle nostre guide e assistenti, ladaki e nepalesi, mangiando cibo locale cucinato appositamente per noi dal cuoco del campo, affrontando passi che sfioravano i 6.000 metri di quota, come l’Umling La Pass (5.806 m/slm), e tutto questo lo condividiamo con voi, per rendervi partecipi, magari stimolando la vostra voglia di avventura.

La nostra spedizione è stata battezzata “Cicling for World Peace”, guidati dal carpigiano Stefano Merzi, per una missione sportiva, culturale e umanitaria. Si perché non ci siamo limitati a pedalare in questa magica terra, ma ci siamo immersi culturalmente e spiritualmente in una dimensione molto lontana dalla nostra. Grazie anche al contributo del medico della spedizione, il dottor Stefano Dallari, dentista reggiano, fondatore e presidente della “Casa del Tibet”, a Votigno di Canossa, sulle colline di Reggio Emilia, la prima in Europa e unica in Italia, autore dei libri “Pianeta Tibet” e “Sorridere con l’anima”, che ci hai introdotti in ambienti preclusi ai turisti, immergendoci letteralmente nella realtà buddista, che abbiamo avuto modo di vivere dal suo interno, visitando, dormendo mangiando e assistendo a preghiere (puja) all’interno di storici monasteri.
Andiamo in ordine cronologico. Partiti dall’aeroporto di Bologna la mattina del 30 luglio, io, Paolo Franceschini “Il Comicista”, Stefano Merzi, Stefania Valsecchi e Marina, con un volo per Monaco, seguito dal lungo volo per New Delhi.

Qui abbiamo trovato altri partecipanti alla spedizione, Marco e Alessia dalla Toscana, Paolo e Simona dall’Umbria. Da New Delhi siamo partiti con un volo interno per Leh, dove siamo arrivati la mattina del 31 luglio. Accolti in aeroporto da Dorjey Rafta, con autisti e due Pick up per trasportare noi, bagagli e bici, ci siamo trasferiti all’Oriental Hotel di Leh, dove abbiamo incontrato il dottor Dallari, già in India da qualche giorno, Pietro, in Ladakh per visionare percorsi da proporre a turisti motociclisti che, come Marco e Alessia, si è appoggiato alla nostra organizzazione per usufruire del supporto logistico, condividendo con noi alcune escursioni e le lunghe serate che avremmo trascorso nella tenda dove venivano consumate colazioni e cene, confrontando le nostre impressioni, avendo delucidazioni sulle nostre coriosià da Rigzin Rafta, Skaldan Urgyan, Ankit Hindwan e Sonam Tsan, quest’ultimo nostra guida MTB, un ragazzo di 23 anni, già laureato e di grande cultura, con ottime doti atletiche e tecniche, basti pensare che si è classificato terzo assoluto ai campionati indiani XCO, senza avere un grande supporto.
Abbiamo trascorso i primi due giorni a Leh, capitale della regione, luogo di incontro per tutte le popolazioni asiatiche.

Qui, diversamente dai piccoli villaggi di eremiti, vengono indistintamente accolte tutte le etnie e le culture dei dintorni ed è proprio per questo motivo che risulta eterogenea e, se vogliamo, cosmopolita. Significativi ed emblematici i caratteristici mercati arabi e tibetani, dove è possibile ammirare l’artigianato locale assaporando un perfetto ed equilibrato mix di tradizione, storia e modernità. All’Oriental abbiamo pianificato gli ultimi dettagli, visitato la città e i suoi dintorni, avendo modo di iniziare ad abituarci alle alte quote, visto che Leh si trova a 3.500 metri slm, la quota più bassa alla quale avremmo vissuto per i successivi 20 giorni.

E a Leh abbiamo beneficiato del primo grande privilegio concessoci.

L’1 agosto siamo stati ricevuti, grazie alle conoscenze del dottor Dallari, al palazzo di Stock, che si trova una quindicina di chilometri a sud di Leh, dove ad oggi dimora Sua Eccellenza Raja Jigmed Wangchuk Namgyal, il discendente dell’ultimo re del Ladakh, che ci ha ricevuti, accolti per un lungo confronto, offrendoci tè e biscotti.

Il 2 agosto la prima tappa, da Leh a Sakti, 53 km, una tappa che ci ha portati a superare per la prima volta i 4.000 metri, quota sotto la quale non saremmo più scesi per i successivi 16 giorni.


Lungo il percorso, risalendo il fiume Indo, abbiamo avuto modo di visitare il primo monastero buddista, il Thiksey Monastery, dove abbiamo preso i primi contatti con i monaci e la cultura buddista che ci avrebbe accompagnato per tutto il viaggio.

Al campo di Sakti abbiamo trovato le tende montate e l’accoglienza calorosa dei nostri amici ladaki e nepalesi.


La seconda tappa, da Sakti a Durbuk, di 60 km con 1.800 metri di dislivello, superando il passo Chang La, a 5.391 metri, ci ha portati a scoprire le prime incredibili vallate aride, che per incanto diventano rigogliosissime dove vengono attraversate da fiumi e torrenti.


La terza tappa ci ha portati da Durbuk a Merak, sulla sponda ladaka del lago Pangong Tso, il lago di maggior estensione della catena montuosa himalayana, a 4.250 metri di quota slm.

La tappa, di 70 km, ci ha fatto percorrere altre bellissime vallate, incontri ravvicinati con marmotte che non temono l’uomo, fino alle sponde del lago Pangong Tso, luogo delle tensioni più recenti con la Cina, visto che una parte del lago è in territorio tibetano, tensioni che sono cominciate il 5 maggio 2020, dopo una schermaglia tra i due eserciti. Il confine tra India e Cina è lungo circa 3.500 chilometri, interrotto dal Nepal e dal Buthan. Per ampi tratti, però, non è un confine netto: le zone contese sono tante, occupate periodicamente dai soldati dell’uno o dell’altro paese e teatro di occasionali scontri. La divisione tra i due paesi fu disegnata dagli inglesi nell’ottocento, ma la Cina non l’accettò mai. Dopo l’indipendenza nel 1947, l’India rivendicò alcuni dei territori che i cinesi non avevano mai lasciato, tra cui la valle di Galwan, e alla fine degli anni cinquanta cominciarono occasionali schermaglie tra i due eserciti.


Il nostro campo si trovava sulla sponda ladaka del lago, a sud, vicino al villaggio di Merak, dove abbiamo cenato e ci riamo “riposati” in vista della successiva lunga tappa.

La quarta tappa ci ha portati da Merak a Hanle, dopo aver superato il Tsaga La Pass (4.641 m), per una distanza di 140 km.

Lungo il percorso abbiamo superato impegnativi guadi e scalato il Tsaga La Pass sotto una fitta pioggia, ma l’arrivo al campo ci ha riservato un panorama davvero meraviglioso, non meno che lo sia stato buona parte del percorso.


Nel nostro settimo giorno di viaggio non abbiamo pedalato, ma ci siamo recati in visita al monastero di Hanle e all’osservatorio, situato sul monte Saraswati, a 4.500 metri di quota, uno dei più importanti al mondo proprio per la quota e le condizioni di bassa umidità, che consentono l’osservazione dello spazio, ottica e a infrarossi, nelle migliori condizioni.




Una giornata abbastanza intensa, con trasferimenti in pick up e a piedi, cosa che non ha certo agevolato il recupero dalla lunga tappa del giorno precedente, in vista di quella impegnativa che ci attendeva il seguente.

Alla sera, il ritorno al campo ci ha riservato una luce speciale, che ha creato un’atmosfera magica, coronata da un fantastico tramonto.

Per non parlare del calare delle tenebre, che ci ha regalato una stellata incredibile, dove sembrava di poter toccare la “Via Lattea” con un dito, immortalata dalle foto scattate da Pietro con la sua reflex.

La quinta tappa prevedeva la scalata più impegnativa. Dopo aver superato il Norbu La Pass (5519 M), e la successiva discesa, iniziava la lunga salita all’Umling La Pass che, con i suoi 5.806 metri, è considerato il passo carrozzabile più alto del mondo.

Una salita interminabile, che ci ha messi davvero a dura prova.

Anche il solo bere un sorso d’acqua metteva in crisi di respirazione, causando affanno e giramenti di testa.


Alla fine siamo arrivati in vetta, accolti da un freddo vento che non ci ha consentito di apprezzare appieno il momento, cosa che avremmo avuto modo di fare successivamente.


Fortunatamente il rientro al campo lo abbiamo fatto a bordo dei pick up, cosa che ci ha consentito di riprendere una normale temperatura corporea.
La sesta tappa ci ha fatto percorrere 95 chilometri per trasferirci da Hanle a Mahe. La prima parte in senso contrario a quello che avevamo precorso per raggiungere Hanle, in leggera discesa, cosa che ci ha permesso di apprezzare la bellezza di queste valli.

La seconda parte è stato un lungo trasferimento che ci ha permesso di prendere atto del grande schieramento di forze indiane in questa zona, una serie di campi militari quasi senza soluzione di continuità, con colonne in marcia verso le zone di confine.

La settima tappa, da Mahe a Karzok, sulle sponde del meraviglioso lago Tso Moriri, situato ad un’altitudine di circa 4.500 m slm, famoso per essere un rifugio per l’avifauna.

La sua posizione lo rende un importante punto di sosta migratoria per circa 40 specie di uccelli di sei famiglie.

Il lago e l’area circostante fanno parte della Riserva per la conservazione della zona umida di Tso Moriri (Tso Moriri Wetland Conservation Reserve).


Qui, oltre ad ammirare la maestosità di questo lago, una vera meraviglia della natura, abbiamo avuto modo di visitare un accampamento di nomati, dove abbiamo portato materiale ed aiuti umanitari.

L’ottava tappa, da Karzok a Thukje, 80 km passando dal Tso Kar Lake Pass.


La nona tappa, di 78 km, ci ha potrati da Thukje al Lachung La Pass.

La decima tappa, da Sarchu a Darcha, superando il Baralacha La Pass Darcha.

Una curiosità. Le stringhe colorate poste sui passi, sono bandiere di preghiera tibetane, ovvero, delle piccole bandierine di stoffa colorata che vengono spesso appese sulla cima delle montagne o sugli alti picchi dell’Himalaya per benedire i luoghi nei dintorni, ispirare la meditazione e l’armonia con la natura. I colori hanno un significato preciso; il blu simboleggia il cielo e lo spazio, il bianco l’aria, il rosso il fuoco, il verde l’acqua e il giallo la terra.

Nell’undicesima tappa, da Darcha a Khing, passando da Kargiak, avremmo dovuto superare il temuto Shinku La Pass. Purtroppo, dopo una levataccia alle 5 del mattino, una frugale colazione e un trasferimento in pick up, siamo stati fermati alla base del passo, a causa di una frana che ha bloccato il transito.

Abbiamo dovuto attendere fino alle 12 prima di poter riprendere il viaggio, ma avendo perso quasi 6 ore siamo stati costretti a salire il passo a bordo dei pick up, dopo aver passato il tempo riposando in un punto di ristoro e giocato ad una improvvisata partita di cricket, con turisti indiani, in mezzo alla strada.


Anche a pordo dei pick up il transito non è stato semplice. Quando vi parliamo di transito non pensiate a un agevole passo alpino, ma a una strada sterrata con scoscesi precipizi a lato, guadi profondi, uno dei quali ci ha costretti a una lunga sosta con vari tentativi prima di riuscire a superarlo.


Raggiunto il passo siamo saliti in sella e abbiamo percorso gli ultimi 30 km che ci hanno portati ai piedi del villaggio di Khing, pochi chilometri dopo Kargiak, villaggio che abbiamo avuto modo di visitare prendendo contatto con la popolazione, che vive in perfetto equilibrio con la natura, coltivando orzo e pochi altri vedetali, oltre alla pastorizia per il latte, consentendo loro di vivere in questi luoghi remoti.




Impegnativa anche la dodicesima tappa, da Kargiak a Padum, capoluogo dello Zanskar, 72 chilometri di continui saliscendi che ci hanno messi a dura prova.





Nel tardo pomeriggio, abbandonate le biciclette, abbiano fatto un lungo trasferimento, di quasi 4 ore di auto, fino al Monastero di Rangdum, dove ci attendeva il Dott. Dallari con i monaci della setta Gelugpa.



Abbiamo cenato e dormito nel monastero, un’esperienza davvero coinvolgente.

Al mattino, dopo la colazione, abbiamo assistito alla Guru Puja, un rituale della tradizionale Buddhista Tibetana di meditazione, recitazione ed invocazione.

La Puja costituisce uno strumento per lo sviluppo spirituale, metodo per placare le negatività ed accrescere le qualità e le energie positive, una pratica dedicata alla pace interiore e nel Mondo.


Nel monastero è presente anche una piccola clinica odontoiatrica, condotta dal Dott. Phunchokh, unico dentista locale, che ha mosso i suoi primi passi con il Dott. Dallari, frequentando anche la Casa del Tibet a Votigno di Canossa.

Successivamente, in nostro onore, una cerimonia con balli tipici e canti.




Nel pomeriggio il lungo rientro a Padum, proprio il 15 agosto, nella giornata della festa dell’indipendenza dell’India dall’impero britannico.

L’Indian Independence Act 1947 è un atto del Parlamento del Regno Unito che ha suddiviso l’India britannica in due domini indipendenti, l’India e il Pakistan.
La tredicesima tappa, da Padum a Linghsed, ci ha regalato panorami mozzafiato.

Abbiamo percorso oltre 50 chilometri lungo il fiume Zanskar, che dà il nome alla regione.

Strade sterrate scavate nella roccia, molti tratti a stapiombo sul fiume sottostante, realizzate dalla Border Roads Organisation, generalmente abbreviata in “BRO”.

Forse la tappa più bella di tutta la spedizione.

Una volta superato il ponte che portava sulla sponda orografica sinistra del fiume, iniziava una lunga e durissima salita, da lì altri 40 chilometri per arrivare al villaggio di Linghsed, dove era posto il nostro campo. Una tappa di 90 km per un totale di oltre 2.500 metroi di dislivello, tutti percorsi tra i 3.700 metri di Padum e gli oltre 4.200 metri di Linghsed.


La quattordicesima, e ultima tappa, ci ha portati da Lingshed a Lamayuru.

Il giorno successivo ci siamo trasferiti da Lamayuru ad Alchi.

Nel nostro programma avevamo anche l’incontro con il Dalai Lama, che purtoppo non è stato è possibile realizzare a causa delle sue condizioni di salute che lo vedono in cura negli Stati Uniti, ma proprio ad Alchi siamo stati ricevuti dal Rinpoche, figura importante e preziosa per il buddismo tibetano.

Ad Alchi abbiamo potuto visitare l’omonimo monastero, uno dei più antichi del Ladakh. Questa splendida costruzione è conosciuta principalmente per i suoi magnifici e ben conservati dipinti murali dell’XI o del XII secolo, tutti in stile indo-himalayano. All’interno del monastero sono custodite migliaia di sculture, dipinti rari e unici, risalenti al Tibet occidentale dell’XI secolo.

I superbi affreschi murali dei cinque santuari e le numerose sculture dipinte su legno lo rendono, infatti, un monumento eccezionale, del quale non abbiamo foto essendo vietata ogni forma di ripresa al suo interno.

L’ultimo trasferimento è stato quello da Alchi a Leh, dove abbiamo trascorso gli ultimi due giorni, smontato le bici, preparandoci per il viaggio di ritorno, non senza vivere la realtà locale, che adesso ci appariva meno strana dell’impressione avuta al nostro arrivo da New Delhi.


Anche la visita alla scuola TVC (Tibetan Children’s Village) di Leh è stato un momento speciale. Lo show di Paolo Franceschini, i canti e balli degli alunni, realizzati appositamente per la nostra visita, hanno consolidato lo spirito di supporto e solidarietà del nostro gruppo, consegando medicinali e materiale didattico.

È stato un viaggio davvero speciale, che ci ha fatto vivere tante emozioni, accrescendoci culturalmente e spiritualmente. Non è stata certo una passeggiata, vivere a quelle quote non è certo facile per noi. Pedalare lì è stato a tratti davvero impegnativo, ma siamo stati ampiamente ripagati da tutto quello che abbiamo potuto vivere, che resterà per sempre impresso nei nostri ricorti.
È giunto il momento dei saluti e ringraziamenti. Un forte abbraccio a tutto il gruppo con il quale ho condiviso questa avventura, senza di voi non sarebbe stata la stessa cosa. Abbiamo riso, sofferto, discusso e ci siamo confrontati, condividendo i momenti belli e quelli difficili che ci hanno messo a dura prova.

Tutto questo diventerà anche un docufilm, realizzato dall’amico Paolo Franceschini “Il Comicista”, dove racconterà il viaggio, o meglio, “L’ESSENZIALE” del viaggio. Il tutto narrato con l’ironia che lo contraddistingue, perché una storia la si può raccontare in tanti modi…
Guarda il Trailer:
In chiusura i ringraziamenti per il supporto:
- Torpado_bikes per la Renero messami a disposizione per il viaggio, un mezzo che ha reso tutto molto più semplice, grazie alla sua efficienza, effrenfomi confort e alte prestazioni in qualsiasi situazione.
- Scott Sports Italia per l’abbigliamento tecnico.
- Steadfast Nutrition per gli integratori alimentari che ci hanno supportato per tutta la nostra avventura.
- Il Team Galli Bike di Germignaga (VA), per il prezioso supporto di messa a punto del mezzo meccanico poche ore prima della partenza.
Spero che questo reportage vi abbia fatto vivere anche solo in minima parte le emozioni che noi abbiamo avuto la fortuna di assaporare. Vi auguro tante avventure in sella alle vostre MTB, perché un viaggio in bici, anche se può risultare duro, consente di vivere con uno spirito diverso l’ambiente che andrete a visitare, qualsiasi esso sia.
Aldo Zanardi
Fonte: Solobike.it